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DIARIO DI CELLA 24. IL PUGNO IN FACCIA A FILIPPO TURETTA IN CARCERE: IL CODICE D’ONORE DELLE PERSONE DETENUTE COLPISCE I REATI COMMESSI CONTRO PERSONE PIÙ DEBOLI. Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento. Rebibbia, 21 settembre 2025 – 264° giorno di carcere. È uscita soltanto qualche giorno fa la notizia del pugno in faccia che Filippo Turetta, il feroce assassino di Giulia Cecchettin, ha ricevuto da un altro detenuto nel carcere veronese di Montorio. È una vicenda che ci parla di molte cose, una filoguida per entrare nelle complesse regole del mondo carcerario. L’autore dell’aggressione, ci dicono le cronache, è una persona detenuta di 55 anni che sta scontando una pena definitiva per omicidio nella stessa sezione in cui era stato trasferito Turetta, dopo essere rimasto a lungo nell’area protetta dell’infermeria che ospita anche detenuti a rischio. La persona detenuta che lo ha aggredito non aveva niente di personale contro di lui, ma si è incaricata di interpretare un ben preciso “codice d’onore” che esiste da sempre in tutti gli istituti di pena. In carcere si convive anche con gli autori di qualsiasi reato, anche i più gravi, ma questi reati non possono essere stati commessi contro persone più deboli, che siano donne, o bambini, o anziani, o disabili. Contro chi si è macchiato di queste violenze, scatta immediatamente una reazione che, secondo la gravità del gesto commesso, può andare dal semplice rifiuto di coabitare nella stessa cella o nello stesso reparto, fino all’aggressione e al linciaggio. Non importano le motivazioni per cui questi reati sono stati commessi, si è sempre un “infame” se si abusa della debolezza altrui. Stiamo parlando dei reparti maschili, ma anche in quelli femminili valgono le stesse regole, in maniera se possibile anche più dura. Escluso, ovviamente, il caso di violenze contro le donne… Proprio per questo motivo in ogni istituto di pena esistono dei “reparti differenziati” in cui vengono isolati gli autori di questo tipo di reati, in modo da non metterli in contatto con le altre persone detenute. Infatti Turetta proveniva da uno di questi reparti differenziati e i suoi avvocati hanno protestato con la Direzione quando hanno saputo che veniva spostato in un normale reparto. Questo è un primo insegnamento: se la Direzione del carcere ha commesso un simile errore, nonostante la visibilità mediatica di Turetta e l’atrocità di quello che aveva commesso, è sicuramente perché anche in quell’istituto di pena il sovraffollamento era giunto ad un tale livello da non dare più nessun margine di manovra. È un altro aspetto di quello che anche noi abbiamo denunciato quando nei nostri reparti sono stati trasferiti malati di malattie infettive, transessuali e “mattaccini”. Con questo sovraffollamento le persone detenute non solo sono ammassate le une sopra le altre, ma vengono mescolate al di là di ogni differenza e incompatibilità. Poi c’è un’altra considerazione di carattere antropologico e culturale che va fatta. Da tempo ci sentiamo dire dai profeti del progressismo che i femminicidi e la violenza contro le donne sono il frutto di una “cultura patriarcale” ereditata dalle nostre radici arcaiche come popolo. Ma il codice d’onore delle carceri dimostra che l’antico patriarcato (quello vero, non quello dei frustrati e dei viziosi) affermava nell’uomo l’assoluto rifiuto della violenza contro le donne e contro ogni soggetto debole. I femminicidi e il diffondersi della violenza sessuale non sono un retaggio della tradizione, sono un frutto della modernità, sono il frutto di una società consumistica ed edonista, che crea uomini deboli, viziosi o malati, convinti di poter possedere ogni cosa, anche gli esseri umani. C’è un monito che viene implicitamente rivolto a tutti questi maschi deboli, viziosi o malati: pensateci molto bene a fare un femminicidio o una violenza contro persone più deboli di voi, perché vi aspettano non solo le sentenze dei tribunali, ma anche la prospettiva di una vita da reietti e da infami. Ma cosa dire di questo “codice d’onore” delle persone detenute? Piaccia o no, è un filo rosso che collega il sentimento popolare dentro e fuori il carcere. Quando viene individuato e arrestato l’autore di un crimine vigliacco contro una persona debole, il primo problema delle Forze dell’Ordine è sottrarre questo criminale dalla rabbia popolare, che spesso provoca tumulti e tentativi di linciaggio. In mezzo alle strade “l’infame” può sfuggire all’ira popolare, ma dietro le sbarre non si sfugge a nulla. Certo, non possiamo accettare “la giustizia fatta con le proprie mani” ed è quindi giusto e necessario che le forze dell’ordine proteggano “l’infame” di turno, dalla violenza popolare come da quella delle persone detenute. Mentre la reazione negativa di Gino Cecchettin, padre di Giulia, rispetto all’aggressione in carcere di Filippo Turetta, apre una prospettiva di “giustizia riparativa” che, con il perdono del padre, faccia intravedere a questo giovane di 23 anni una luce in fondo a un tunnel necessariamente molto lungo. Gianni Alemanno & Fabio Falbo |
